Giovedì, 18 Agosto 2005 - Sant'Elena, imperatrice  

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Pacifico di Lisciano
Giovanni il Semplice
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Frate Elia Bombarone d’Assisi

Frate Elia Bombarone d’Assisi

La personalità autentica di frate Elia è stata, purtroppo, falsata da episodi successivi al 1238-1239, e sfruttati soprattutto dalla corrente degli Spirituali. Doveroso, dunque, distinguere in due tempi l’attività e la personalità di frate Elia; un primo tempo comprende l’operato del frate du­rante la vita di San Francesco e nel periodo del suo primo ge­neralato (1221-1227); un secondo tempo è quello del suo secondo generalato (1232-1239) e soprattut­to degli anni 1238-1253.
Il “primo” frate Elia, stando alle cronache, risulta essere “uomo orna­to talmente di umana sapienza e prudenza, da essere som­mamente stimato tra gli uomini del suo tempo, sia dalla curia romana che da quella imperiale” (Cronaca dei XIV Generali). Il contemporaneo Tommaso Eccleston si era già domandato: “Chi, in tutto il mondo cristiano, più imponente e più famoso di Elia?”.
Del resto, la stima che ne aveva il Santo, il quale “lo ritene­va come madre e lo elesse padre degli altri frati” (I Cel., n. 98), fa pensare, oltretutto, alle doti di prudenza e di governo che senz’altro gli furono ri­conosciute sin dal suo ingresso nell’Ordine.
Nonostante le illazioni per identificare frate Elia con l’ignoto “primo amico” di San Francesco, nel periodo del­la conversione (cf. I Cel., n.6), è da sottolineare che su di lui si conosce ben poco.
Fu senza dubbio un uomo di grande intelligenza, di ca­rattere forte, organizzatore tenace, dalle ampie vedute: un uomo teso verso il futuro. Tenacia e tenerezza, sagacia e prudenza si fondevano in lui: per questo, San Francesco lo inviò a fondare ed organizzare la Provincia d’Oltremare e lo scelse poi come suo vicario. Frate Elia ripagò senz’altro il Poverello serafico della fiducia in lui posta e vi corrispose. Non si potrebbero spiegare altrimenti le continue reciproche attenzioni fra i due, né la benedizione che San France­sco gli dette in punto di morte, né la lettera piena di since­ra ammirazione che frate Elia inviò a tutto l’Ordine per an­nunciare la morte del Padre, né l’affetto tenace con il qua­le realizzò la grandiosa basilica-monumento di Assisi in suo onore (Della basilica di Assisi frate Elia fu anche l’ar­chitetto; e questo ci rivela un’altra delle sue molteplici capaci­tà. Si suppone, del resto, che anche dopo la sua scomunica, quando seguì l’imperatore Federico II, fu lui l’architetto delle fortificazioni imperiali nell’Italia me­ridionale).
Elia, del contado di Assisi, con un passato da giurista, entrò nell’Ordine intorno al 1211. San Francesco lo riten­ne come “madre” e consigliere; e forse si appoggiò alla sua forza, che contrastava nettamente con la sua umiltà e sem­plicità, nei momenti di maggiore sfiducia.
Finché Fran­cesco visse, poté regolare e frenare gli impeti dell’esube­rante amico, sfruttandone in bene la sapienza e prudenza che tutti gli riconoscono; nel 1214 frate Elia è nominato primo pro­vinciale di Terra Santa; dopo il 1220 egli fu il portavo­ce di San Francesco, l’intermediario tra la fraternità e il Santo, e tra la fraternità e il pontefice.
Al primo generalato di frate Elia (1221-1227), seguì quello di Giovanni Parenti (1227-1232), allo scadere del quale, fu nuovamente eletto Elia (1232-1239).
Dagli storici moderni l’opera svolta da frate Elia durante il suddetto secondo suo generalato è vista e descritta con maggiore obiettività, e pertanto la sua figura ne ri­sulta riabilitata. Non sono più ritenuti attendibili i giudizi negativi, for­mulati nei suoi confronti nelle antiche narrazioni di parte, come è in ge­nere tutta la letteratura degli “Spirituali”. Senza dubbio c’è molta scoria da scartare in tali cronache tendenziose, che, in maniera determinante, con­tribuirono a falsare il giudizio obiettivo su questo vicario di France­sco (che il Santo, come sopra puntualizzato, talvolta chiamava “madre”), amantissimo di lui e da lui singolarmente benedetto prima della morte. Forse il fatto di essere passa­to negli ultimi anni della sua vita alla parte imperiale, e la conseguente scomunica, gettarono un’ombra sull’intero suo operato, che per secoli oscu­rò la sua fama.
Frate Elia era un uomo nato per il governo, una mente capace di superare le difficoltà e di realizzare i progetti più arditi. La sua fermezza di governo e l’organizzazione solidissima data all’intera fraternità, che sembravano squadrare e livellare le anime come le pietre, furono sommamen­te provvidenziali per l’Ordine. Anche se si ammette qualche angolosità nel suo carattere forte e dominatore, congiunta con alcuni eccessi com­messi dai visitatori o dai superiori (fratelli laici) e coi metodi fiscali usati nella raccolta del denaro per la basilica di San Francesco, tuttavia la sua azione ebbe un peso determinante nell’impostazione delle Provincie e nelle attività dell’Ordine. Fu inflessibile nell’esigere uguaglianza di posizione e di vita da parte dei dotti, dei chierici, e dei laici di fronte alla Regola e alla disciplina conventuale. Ciò infatti gli provocò contro il malumore dei “chierici” e della corrente anglo-franco-germanica, contraria alla pre­valenza italiana nell’amministrazione dell’Ordine, per cui nel capitolo del 1239 costoro ne provocarono l’assoluzione dal governo (non deposizione). Neppure vale l’appunto fattogli di non avere celebrato il capitolo ogni tre anni (su cui la Regola lasciava libertà al Ministro generale), né le accuse di fasto e di violazione della povertà che si riscontrano nella letteratura “spirituale”. Esaminando con attenzione le fonti, si evince che nella stragrande maggioranza dei frati non vi furono contrasti per l’erezione della basilica assisana, voluta da Gregorio IX nel cui nome agiva frate Elia, e neppure dell’annesso Sacro Convento, che era appena un terzo dell’attuale, più spazioso di altri conventi del tempo, ma povero e modesto, nel quale abitarono senza difficoltà taluni rigidi compagni di San Francesco, come frate Leone e frate Masseo. Lo stesso frate Egidio approvò quella co­struzione per la gloria di San Francesco. Semmai una cosa che veramente macchiò il suo governo e gli procurò non pochi oppositori, fu il tentativo di sopprimere con la violenza la corrente che nasceva dagli zelanti della povertà e dell’ideale francescano, definiti “disubbedienti”, e contro i quali ottenne dal Pontefice l’autorità di agire: vengono così ricordate dalle fonti le persecuzioni contro taluni compagni di San Francesco, che furono dispersi in vari luoghi, qualcuno frustato, altri incarcerati. Frate Cesario da Spira, ad esempio, sarebbe morto in carcere per il trattamento subito dal suo custode, il quale pensò che volesse fuggire.
Data la diversità di ver­sioni e di giudizi, non è cosa facile giudicare fino a qual punto sia giunta la sua colpevolezza morale circa questi fatti incresciosi e circa la sua caduta “politica”: forse nella repressione dei “ disubbedienti ” lo... zelo dei suoi sostenitori si spinse molto più in là di quello che lui non volesse e non pensasse. D’altra parte i motivi per cui intervenne, rite­nuti veri e validi dal sommo pontefice, che lo autorizzò, fanno pensare che egli perseguisse una linea di governo dura, rettilinea, ed inflessibile di fronte a chiunque.
Con lui l’Ordine prese un più rapido sviluppo di atti­vità scientifica ed apostolica, ed una mirabile consistenza di disciplina e di potenza dinanzi alla Chiesa e alla stessa società civile.
Organizzò sapientemente tutta la fraternità, dividendola in 34 Provincie (cismontane e ultramontane). Dette un vigoroso impulso agli Studi di Parigi e di Bo­logna, alle Missioni, alle opere di apostolato sociale. Allo stesso tempo mantenne un forte comando e, fedele allo spirito del Fondatore, volle anche la rigida osservanza della povertà per tutti i frati, sacerdoti e laici. Certo è che nell’Ordine i sacerdoti andavano aumentando sempre più, e lo stesso frate Elia dovette cedere alla corrente ormai preponderante di questi, che vollero anche esclusi dal governo i fratelli laici.
Nel Capitolo generale del 1239 (temendo che non fosse da lui convocato, i provinciali lo prevenirono con l’inter­porre un appello presso il pontefice), frate Elia venne esonerato dalla carica alla presenza del papa, che del resto gli era favorevole. Fu eletto frate Alberto da Pisa, il primo sacerdote che occupava tale ufficio. Curioso, in questo Capitolo, il fatto che si fece rinnovare a tutti i capitolari la professione della Regola del 1223, perché pare che frate Elia, tra le scuse addotte specialmente riguardo alla sua vita privata, abbia portato anche quella che non aveva professato tale Regola, ma le precedenti; nelle stesse condizioni si trovavano altri religiosi, per cui si credette utile una tale precauzione.
Dopo la sua destituzione, frate Elia si recò dall’imperatore Federico II, che Gregorio IX aveva scomunicato poco dopo il Capitolo generale, e che frate Elia voleva, probabilmente, riconciliare con la Chiesa. In una lettera indirizzata al papa - andata smarrita prima di giungere al mittente - Elia stesso deve aver spiegato al papa la propria motivazione: “per il solo scopo di ricondurre l’im­peratore a una vita migliore alla pace con la Chiesa” (Analecta Franciscana, III, 250).
Anche Elia venne scomunicato, e, conseguentemente, considerato un nemico da ritenere capace di ogni scelleratezza. Come frate scomunicato, nel 1241/1242 fu inviato dall’imperatore in Terra Santa, al fine di ottenere una ri­conciliazione tra il patriarca di Costantinopoli e l’imperatore bizantino. La sua missione avrebbe avuto successo se papa Gregorio IX non fosse stato così accanito contro l’imperatore.
Frate Elia, in compagnia di una decina di frati rimastigli fedeli, si rifugiò allora a Cortona (da qui il nome: Elia da Cortona), roccaforte imperiale. In due diverse riprese (13 gennaio 1245 e 7 gennaio 1246) la città gli fece dono di un terreno e di una casa, accanto alla quale Elia edificò una chiesa in onore di San Francesco - il che manifesta ancora una volta il suo af­fetto per il Santo -. Caduto ammalato verso la Pasqua del 1253, venne assolto, il giovedì Santo, da Benci, arciprete di Cortona. Morì il martedì 22 aprile 1253 e fu sepolto in San Francesco di Cortona. Ma più tardi gli “Spirituali” riesumarono i suoi resti gettandoli nelle immondizie! (cf. Godefroy, Les Fioetti, Parigi 1947).
Un bel­lissimo quadro della Crocifissione di Giunta Pisano lo ritrae ai piedi di Gesù con la seguente iscrizione: “Frate Elia mi ha fatto fa­re. Gesù Cristo, abbi pietà di Elia che ti prega. Giunta Pisano mi dipinse. Nell’anno del Signore 1236, nono del pontificato di Gregorio IX”.
Prima di concludere è debito sottolineare l’affetto che legò Chiara d’Assisi a frate Elia: sin dal 1230 questi fu il prezioso confidente della Santa e di sua sorella Agnese. La “pianticella” di Francesco valutava il consiglio di Elia al di sopra di tutto, e questo negli anni seguenti al 1235, quando la “luce” del discusso frate, all’interno dell’Ordine, era ormai al tramonto.
Dopo la destituzione, frate Elia, senza chiedere il ne­cessario permesso papale, continuò a mantenere costanti contatti con le “Povere dame” e con la stessa Chiara, la quale, stando alle fonti, “gli rimane fedele anche quando ha già oltrepassato il suo zenit e mantiene con lui contatti anche dopo la scomunica”!
Avrebbe potuto Santa Chiara osare tanto, se non avesse “visto” in frate Elia un’autentica “santa persona”?


Lettera enciclica di frate Elia,
a tutte le Province dell’Ordine,
sulla morte di San Francesco


Ricca di citazioni e di allusioni bibliche (Giacobbe, Mosè, Aronne, Giovanni Battista) e redatta secondo le norme e il “cursus” seguiti dai dettatori del tempo, questa lettera di frate Elia non è soltanto il primo documento sulle stimmate di Francesco, ma segna l’avvio di tante successive celebrazioni della “novità francescana” in genere, e del Poverello in particolare che, quale “altro Cristo”, appare “cro­cifisso”. Essa fu scritta e inviata nei giorni immedia­tamente successivi alla morte di Francesco (3 ottobre 1226).
Data la sua natura, la lettera può benissimo essere stata diffusa in tutte le province dell’Ordine. Delle molte copie che dovettero essere state fatte, quella raccolta dallo “Speculum vitae” è l’unica, in ogni caso, pervenuta sia pure a stampa.


A frate Gregorio*, suo fratello carissimo in Cristo, ministro della provincia di Francia, e a tutti gli altri fratelli suoi e nostri, invia il suo saluto frate Elia peccatore.
Prima che io incominci a parlare, un gemito mi sale dal cuore, e ben a ragione. Il mio ruggito è come d’acque dilaganti, perché ciò che temevo mi è accaduto, a me ed a voi; e quello che mi spaventava si e abbattuto di me e su di voi: colui, che era la nostra consolazione, se ne è andato lontano; colui che ci portava tra le sue braccia come agnelli, si è recato in una regione lontana. Lui, che insegnato la via della vita e dell’obbedienza a Giacobbe, e ha consegnato un testamento di pace per Israele, poiché era amato da Dio e dagli uomini, è stato introdotto nelle dimore luminosissime del cielo. Se per lui dobbiamo rallegrarci con tutta la gioia, per noi è solo rammarico, perché siamo rimasti senza di lui men­tre ci avvolgono le tenebre e ci copre l’ombra della morte.
Se per tutti è una perdita incolmabile, speciale peri­colo è per me, che egli ha lasciato nel mezzo delle tene­bre, circondato da troppe occupazioni e schiacciato da mali senza numero. E perciò vi scongiuro: piangete con me, fratelli, perché il pianto mi opprime e piango per tutti voi: Siamo rimasti orfani, senza padre, privati di co­lui che era la luce dei nostri occhi.
Veramente era la vera luce la presenza del fra­tello e padre nostro Francesco, non solo per noi che gli eravamo compagni nella medesima professione di vita, ma anche per quelli che erano lontani. Era, infatti, una luce suscitata dalla luce vera, quella che illumina quanti erano nelle tenebre e sedevano nell’ombra della morte, per dirigere i loro passi sulla via della pace. Questo egli ha fatto, come vera luce meridiana. La luce che veniva dal­l’alto illuminava il suo cuore e riscaldava la volontà di lui col fuoco del suo amore. Così infiammato, egli predi­cava il Regno di Dio e convertiva il cuore dei padri verso i figli e gli stolti alla prudenza dei giusti, e preparava in tut­to il mondo un popolo nuovo per il Signore. Il suo nome è celebrato fino ai più lontani confini, e l’universo intero resta pieno di stupore per le sue mirabili imprese.
Perciò non vogliate, figli e fratelli miei, abban­donarvi ad una tristezza eccessiva, perché Dio, padre de­gli orfani, vi conforterà con la sua santa consolazione. E se piangete, fratelli miei, su di voi stessi piangete e non su di lui. Noi, infatti, mentre siamo nella pienezza della nostra vita siamo nella morte, lui invece è passalo dalla morte alla vita. E siate ripieni di gioia perché, prima di partirsi da noi, come un altro Giacobbe, ha benedetto tutti i suoi figli ed ha perdonato a tutti qualsiasi colpa uno abbia commesso o pensato contro di lui.

Ed ora vi annuncio una grande gioia, uno straordinario miracolo. Non si è mai udito al mondo un portento simile, fuorché nel Figlio di Dio, che è il Cristo Signore. Qualche tempo prima della sua morte, il fratel­lo e padre nostro apparve crocifisso, portando impresse nel suo corpo le cinque piaghe, che sono veramente le stimmate di Cristo. Le mani e i piedi di lui erano trafitti come da chiodi penetrati dall’una e dall’altra parte, e avevano delle cicatrici dal colore nero dei chiodi. Il suo fianco appariva trafitto da una lancia, ed emetteva spes­so gocciole di sangue.
Mentre era in vita aveva aspetto dimesso non c’era bellezza nel suo volto: non era rimasto in lui membro che non fosse straziato. Le sue membra erano rigide, per la contrazione dei nervi, come avviene in un uomo morto. Ma, dopo la morte il suo volto si fece bel­lissimo, splendente di mirabile candore e consolante a vedersi. Le membra, prima rigide, divennero flessibili e pieghevoli qua e là come si volevano disporre, a guisa di un tenero fanciullo.
Perciò, fratelli, benedite il Dio del cielo e procla­mate la sua grandezza davanti a tutti, perché ha fatto scen­dere su di noi la sua misericordia. Custodite il ricordo del padre e fratello nostro Francesco, a lode e gloria di Colui, che lo ha reso grande tra gli uomini e lo ha glori­ficato tra gli angeli. Pregate per lui, come egli medesimo ci ha chiesto prima di morire, e invocatelo, perché Dio renda anche noi partecipi con lui della sua santa grazia. Amen.
Il padre e fratello nostro Francesco è tornato al Signore, nella prima ora della notte che precede il 4 ottobre, di domenica. O voi, dunque, fratelli carissimi, ai quali perverrà questa lettera, a imitazione del popolo di Israele nel suo pianto su Mosè ed Aronne, suoi incliti condottieri, lasciamo libero sfogo alle lacrime, poiché siamo stati privati del conforto di così grande padre.
Veramente, è cosa pia condividere il gaudio di Francesco, ma è cosa pia anche il piangere Francesco. E’ sentimento filiale partecipare alla sua esultanza, perché egli non è morto, ma se n’è partito per il grande mercato del cielo, recando con sé il sacchetto del suo denaro, e tor­nerà a casa nel plenilunio. Ma è ancora da figli piangere la perdita di Francesco. Egli, che passava tra noi, come Aronne, porgendoci del suo tesoro cose nuove e cose vecchie, e ci consolava in ogni nostra tribolazione, fu tolto di mezzo a noi, ed ora siamo veramente orfani, sen­za padre. Ma sta scritto: A te si abbandona il misero, dell’orfano tu sei sostegno. Perciò, fratelli carissimi, pregate tutti senza stancarvi affinché, se la piccola brocca di cre­ta è stata infranta nella valle dei figli di Adamo, il Signo­re, che è il grande vasaio, si degni plasmarne un’altra, che sia meritevole d’onore e stia sopra la moltitudine della nostra famiglia, e ci preceda alla battaglia, come vero Maccabeo.
Ma, poiché non è cosa superflua pregare per i defunti, pregate per lui il Signore. Ogni sacerdote cele­bri tre Messe, ogni chierico reciti il Salterio, ogni fratel­lo non sacerdote dica cinque (V Pater o CL Pater?) Pater noster. I chierici celebrino in comune una solenne veglia. Amen.

(*) Il destinatario, frate Gregario da Napoli, già vicario di Francesco, assieme con frate Matteo da Narni, durante la sua as­senza per il viaggio missionario in Egitto e Terra Santa (dalla Pentecoste del 1219), fu ministro di Francia dal 1223 al 1233. Du­rante il suo provincialato, che seguiva a quello di frate Pacifico, l’Ordine francescano prese grande sviluppo sia numerico sia di opere in tutta la regione. In questa sede è utile ricordare un’altra lettera di frate Elia (1225, X anno del pontificato di Onorio III), ai frati di Valenciennes, in cui si trova, in apertura, questa defi­nizione della vita francescana: “Miei fratelli, vi esorto con traspor­ta d’amore, a osservare con purezza e perseveranza fino alla morte, il santo Vangelo del Signor nostro Gesù Cristo e la nostra santa Rego­la, approvata da papa Innocenzo e, poco tempo fa confermata da papa Onorio, ancora vivente tra noi, e che voi avete promesso di os­servare fedelmente...”

Per ulteriori notizie su frate Elia Bombarone vedere:
Chronica XXIV Generalium, Bartolomeo da Pisa (De conformitate), Giacomo Oddi (La Franceschina), Mariano da Firenze (Compendium), Luca Wadding (Annales), Marco da Lisbona (Cronaca), Rodolfo da Tossignano (Historiarum), Francesco Gonzaga (De origine), L. Jacobilli (Vite).
Inoltre:
-Frate Elia rifiuta un angelo: I Fioretti, cap. IV.
-Frate Elia eletto vicario di Francesco: I Fioretti, cap. IV.
-Francesco predice l’apostasia di frate Elia: I Fioretti, capp. XXXI e XXXVIII.
-Francesco in Umbria con frate Elia: 441. I Cel. 69
-Frate Elia incita Francesco a predicare alle Clarisse: II Cel., n. 207.
-Frate Elia e le costruzioni contro la Regola: I Fioretti, cap. IV.
-Frate Elia e i tentativi contro la Regola: Leggenda perugina, n. 113.
-Frate Elia e il sogno di Foligno: I Cel., n. 109; I Fioretti, cap. IV.
-Frate Elia assiste Francesco nella malattia: I Cel., n. 98; Leggenda perugina, n. 64; I Fioretti: Della quarta considerazione delle sacre sante istimate.
-Frate Elia è alla sinistra di Francesco morente e ne riceve la benedizione: I Cel. nn. 108 e 110; II Cel., n. 216; I Fioretti, cap. VI; I Fioretti: Della quarta considerazione delle sacre sante istimate.
-Frate Elia testimone delle stimmate: I Cel., n. 95; II Cel., n. 138; Leg. maior., cap. XIII, n. 8.
-Frate Elia e i tentativi per evitare la condanna: I Fioretti, cap. XXXVIII.
-Frate Elia è scomunicato: I Fioretti, cap. XXXVIII.
-Frate Elia ministro generale: Lettera seconda di Santa Chiara alla beata Agnese di Praga, in Fonti francescane (Minor), Ed. Francescane 1986, par. 2877.

 

Paolo Rossi
paolo.r@sanfrancescoassisi.org



 
 



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